Chiesa e ruderi di Prada

 

Un minuscolo gruppo di case rurali adagiatesi ai piedi della montagna, doveva essere, ai primi tempi, ciò che poi formò la borgata di Ravecchia. La maggior parte della popolazione viveva a Prada, a mezza montagna, circa tre quarti d'ora dal piano. In basso, su quel terreno che nei tempi più lontani i grandi alluvioni dei torrenti Dragonato e Guasta avevano formato a guisa di ventaglio, la gente di Prada scendeva a coltivare i campi (Canonico Don Salvatore Decarli).

 

Chi si avventura lungo la mulattiera verso i Monti di Ravecchia, non può mancare di sostare ad ammirare la Chiesa di San Girolamo, che sembra essersi ritagliata uno spazio appena sufficiente per guardare il cielo nella verde penombra dei castagni. E dopo la pausa, se quella discreta presenza sacra non ha ancora suscitato domande nel passante, ci pensano i numerosi ruderi che costellano la salita a delineare i tratti suggestivi di una vicenda storica ai più ancora ignota e avvolta dal mistero. Chi non è del luogo non sa infatti che chiesa e costruzioni antiche (sì perchè non si tratta di semplici edifici rurali ma di abitazioni innalzate con maestria e scelta accurata di pietrame) sono testimonianza solida e finora incancellata di un robusto insediamento montano da tempo abbandonato.

E il nome stesso di Prada, che evoca un'ampia, forse uniforme estensione di territorio strappata con fatica al bosco e destinata in prevalenza a produrre foraggio per bestiame, suggerisce che in origine il volto di questo brano di contado belinzonese fosse ben più ospitale e segnato in profondità dalla presenza e dal lavoro dell'uomo rispetto a quello che la condizione attuale, dopo secoli di abbandono e di incuria, ci può offrire. Un grappolo di abitazioni sapientemente allineate per sfruttare il poco spazio a disposizione e per accogliere il benefico calore del sole, un reticolo di sentieri che congiungeva anche i casolari più discosti, la chiesa con il suo minuscolo sagrato, situata nelle immediate vicinanze della via selciata che metteva in comunicazione l'insediamento al piano con i maggenghi supeiori e con i più elevati pascoli alpestri. Tutto attorno, prati (così prevalenti, appunto, da connotare in modo duraturo lo toponomastica locale), orti, vigne, campicelli, edifici con macchinari mossi dall'acqua, piccoli opifici per esigenze locali, macchie isolate di selve castanili e di boschi.

La fisionomia originaria di questo antico nucleo montano sospinge a immaginare quello che, nelle età più antiche, doveva essere il paesaggio bellinzonese, che conserva ancora oggi tracce di analoghi insediamenti lungo quella fascia intermedia che, per condizioni ambientali e per ubicazione studiata (tra il fondovalle e le stazioni dell'alpeggiatura), si prestava a ospitare decine di fuochi e bocche che con le risorse locali potevano non solo sopravvivere anche nelle più grame stagioni, ma pure garantirsi un'esistenza altrettanto dignitosa di coloro che vivevano negli abitati del fondovalle. Aragno di Arbedo, Sassa di Gorduno, le molteplici frazioni montane di Montecarasso, disposte attorno alla chiesa di S.Bernardo e quelle di Sementina che sorgono nelle vicinanze di S.Defendente: località, queste, tutte attestate con la loro fisionomia nei documenti medievali, che paiono sorvegliare dalle alture il borgo fortificato di Bellinzona, in cui il visitatore attento può scorgere relitti di edifici abbandonati da secoli e quasi soffocati dalla vegetazione, oppure moderne residenze estive piantate su residui di precedenti costruzioni.

Questa costellazione di nuclei montani in area prealpina, questa geografia della presenza umana insegna che alle interpretazioni ricorrenti - mutate perlopiù da una visione semplificata della complessità storica - di gente costretta a fuggire dall'aria malsana della pianura e da orde barbariche assassine, è preferibile una visione di persone che hanno saputo (con la saggezza e la tenacia che accomunano contadini e alpigiani) occupare spazi di territorio dove non mancavano possibilità di sopravvivenza e dove edificare luoghi di abitazione in grado di ridurre la distanza tra i campi della pianura e i pascoli e le foreste a quote più elevate.

Sui tempi e sui modi con cui questo complesso e per molti versi ancora indecifrato fenomeno storico ha preso corpo nei secoli saranno la ricerca storica e l'archeologia a fornire lumi (Giuseppe Chiesi).

Fonte: Prada, raccolta di notizie, di Pierluigi Piccaluga, edizione Consiglio Parrocchiale di S.Biagio, Bellinzona).